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Il paesaggio, la montagna, i boschi, i paesi dell’interno, i centri collinari della nostra regione non hanno avuto un’attenzione adeguata, non hanno conosciuto reali, convinte, concrete politiche di tutela e valorizzazione. A volte sono stati ignorati, altre volte devastati. Eppure la vita montanara, come ricorda Braudel e come ormai attestano i rinvenimenti archeologici, sembra sia stata la “prima vita del Mediterraneo”. In passato la montagna ha avuto in Calabria una «centralità» geografica, produttiva, religiosa. Le principali feste e fiere della regione si svolgevano in montagna, veri e propri luoghi d’incontro e di scambio, anche di convergenza di abitanti di paesi lontani.

La montagna ha offerto e offre risorse le più diverse: un paesaggio vario, che va dalle foreste e dai grandi boschi delle alture ad una grande varietà di piante da frutto: gli olivi, gli agrumi, i gelsi dei bassi pendii; i “pomi”, i meli, i fichi, i castagni, i prugni, i peschi; e ancora, i tanti prodotti del sottobosco, in particolare i funghi. Da aggiungere le risorse derivanti dall’allevamento e dalla pastorizia: le carni di maiale e quelle di ovini che, con un’alta specializzazione, consentono di raggiungere nelle diverse zone, una variegata e tipica produzione di salumi e latticini e formaggi.

 Alle coltivazioni agricole e alla presenza di numerose piante spontanee sono legate forme di artigianato di grande rilevanza economica, commerciale e artistica: lino, seta, ginestra, cotone, tessuti, coperte, lana fornita dall’industria della pastorizia. La produzione del carbone è un’arte economica non secondaria nei paesi delle Serre, della Sila, dell’Aspromonte. Da aggiungere ancora l’abbondanza e la bontà delle acque, la ricchezza delle fonti. I paesi montani conservano ancora un’architettura originale e sono ricchi di chiese, conventi, opere d’arte, tradizioni religiose e culturali.

Negli ultimi decenni, tuttavia, per una serie di ragioni e di circostanze (locali e generali) la montagna (non solo quella calabrese) viene indicata, percepita, vissuta (anche dalle popolazioni) come luogo di isolamento e di arretratezza, di arcaicità e di infelicità, di scarsa produttività, dove la civiltà arriva con lentezza e difficoltà. Se in passato la regione era “un’isola senza mare” oggi rischia di diventare una teoria di non luoghi lungo le coste, senza un legame reale con l’interno, con paesi e zone che hanno rappresentato per secoli la vita e l’anima della regione.

E’ necessario invertire questa dissennata tendenza che comporta la fine di economie, culture, saperi e significa abbandono e svuotamento dell’interno e intasamento delle marine. Una nuova politica per la montagna e i paesi dell’interno passa attraverso un’idea generale e unitaria dell’intero territorio regionale; richiede una conoscenza dei problemi, una diversa attenzione; presuppone un mutamento di prospettiva, un diverso approccio, un diverso riguardo, una diversa cura da parte della politica, degli amministratori, dei gruppi dirigenti in genere.

Propongo un Osservatorio Permanente della Montagna calabrese (magari con articolazioni locali nelle Serre, nella Sila, nel Pollino, nel Reventino, nell’Aspromonte) con finalità conoscitive, di ricerca e di promozione. Penso anche a spazi espositivi in cui vengano raccontate la storia, la vita, la cultura delle popolazioni montane, con una mostra permanente di oggetti e manufatti di una cultura millenaria. Immagino anche “musei” (centri studi) del bosco e dell’acqua. Sarebbe importante custodire la “memoria della montagna” attraverso le testimonianze dei più anziani e di coloro che sono ancora impegnati in attività tradizionali. La ricerca, la sperimentazione, l’innovazione dovrebbero concentrarsi anche sulla flora, la fauna, il bosco, i prodotti del sottobosco. Un capitolo a parte meriterebbero fiumi, laghi, acque che costituiscono la ricchezza del futuro. Si tratta di disegnare itinerari turistici, percorsi di accoglienza che tengano conto di nuove sensibilità e di nuovi bisogni; di promuovere iniziative turistico-culturali e di turismo religioso (sempre rispettoso) che possano attrarre e richiamare gente anche nei mesi invernali. La natura, i prodotti, la bellezza possono dare origine a nuove forme di economie locali competitive a livello globale. E’ necessario inserire in un nobile e virtuoso gioco valori che si chiamano: accoglienza, ospitalità, silenzio, lentezza, recuperando messaggi del passato e aprendo molto a richieste e bisogni dell’oggi. La montagna resta ancora legata a immagini “religiose”, “sacrali”, “spirituali” ed esercita grande richiamo anche tra le giovani generazioni. La montagna può avere un diverso presente se viene collocata al centro di nuovi bisogni, vissuta come spazio di libertà e di benessere.

Non bisogna immaginare megainterventi, non occorre puntare sulla cementificazione e su grandi opere invasive, ma su iniziative di qualità a livello produttivo, culturale, turistico. L’urgenza che “vivono” molte aree calabresi è quello di un reale collegamento tra montagna, colline e zone costiere; tra paesi doppi e spesso separati; tra paesi dell’interno e centri costieri; tra gli stessi paesi delle zone collinari e montane. Il collegamento non è soltanto questione di strade (che pure vanno fatte nel rispetto del paesaggio), ma di legami produttivi e culturali. Occorre pensare iniziative comuni, ideare poli di aggregazione e di scambi, realizzare progetti “integrati” che tengano uniti luoghi tra loro geograficamente vicini, spesso artificiosamente separati.

I centri costieri a vocazione turistica non possono prescindere dall’entroterra e dai paesi dell’interno, dove si trovano monumenti, archivi, chiese, palazzi, opere d’arte, paesaggi che sono la vera risorsa di un turismo “colto”, alternativo, non “mordi e fuggi”. D’altra parte la “pulizia” del mare deve necessariamente iniziare dalla montagna. Molte tragedie che si sono verificate lungo le coste nascono dall’incuria per montagne, boschi, fiumi, acque. Perché il mare sia pulito, bisogna curare la montagna, avere “rispetto dei corsi dei fiumi, non nascondere le acque, evitare di edificare in maniera dissennata e “improduttiva”. Come dice mons. Bregantini, il mare è azzurro se la montagna è verde.

Il ritorno alla montagna non è un nostalgico e improponibile ritorno al passato, ma una rifondazione nel presente di economie, di saperi di culture in cui l’innovazione sappia incontrare la tradizione.

Bisogna partire da coloro che la abitano e che la amano e che nella montagna vorrebbero produrre, vivere, elaborare nuove culture, creare nuovi collegamenti. Naturalmente tutto questo richiede la collaborazione di amministrazioni comunali, Provincia, Regione, Ente Parco, Comunità Montana, istituzioni culturali, mondo del lavoro, dell’impresa e della scuola.

( Prof. Vito Teti,  Ordinario di Etnologia presso l’ Università della Calabria)

     
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